A sud del ponte si ferma il tempo

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Domenica mattina c’era il sole, l’aria fredda tersa e quella bella luce limpida. Avevo una matta voglia di bici e di New York. Di quella Mela intima, solo mia, quella che mordo isolato dopo isolato ed assaporo miglio per miglio, mai sazio.

La bici si e’ rivelata la mia nuova compagna fedele ed ha irrimediabilmente ampliato gli orizzonti delle mie galoppate cittadine. Mansuete, le due ruote aspettavano nella mia base creativa a Williamsburg. Cosi’ ho snobbato la Manhattan domenicale, gia’ zeppa di gitanti, con un agile doppio balzo e come un ciottolo sullo specchio di un lago sono piombato a Bedford Avenue rimbalzando sui vagoni vuoti della linea 6 e della linea L. Brooklyn la domenica mattina profuma di bagels inzuppati nel caffe’, di letti ancora caldi e di quattro passi fatti senza fretta. E’ morbida ed immobile e ti appartiene.

Resomi centauro all’inforcare il velocipede ho fatto rotta verso Sud; diretto a quel ponte dove la Williamsburg degli artisti e dell’Indie Rock cede il passo ad un barrio dominicano che subito sfocia in un controverso crocevia. Il rosso gigante bridge deposita incessantemente auto, treni e pedoni sulle due rive del fiume e s’incontra con Marcy Avenue e con la Broadway brooklynese in un largo spiazzo dove una specie di grosso cupolone fa mostra di se’. Qui in piu’ occasioni ho avuto  la dolce sensazione di trovarmi da noi a casa, forse a Roma, un poco anche a Napoli.

Il cupolone altro non e’ che l’ottocentesca sede della Banca di Brooklyn ed oggi filiale della cinese onnipresente HSBC e non si tratta solo di questo ma del connubio che crea con l’adiacente piazzetta con tanto di statua equestre, panchine ed aiuole, che potrebbe essere Torino o Firenze. Spesso amo venire qui a prendere il treno. Dalla sopraelevata si gode questo scorcio familiare e sullo sfondo le guglie dei grattacieli argentei di Manhattan. Quintessenza gustosa e garibaldina dei due mondi.

Non mi ero ancora spinto a sud del ponte e mi ripromettevo di farlo perche’ curioso dei gruppetti di ebrei ortodossi che spuntano sovente dalle vie laterali. Vestiti in nero, lunghe barbe, cappelloni a tesa larga e tutti con un fare molto serio ed indaffarato. Vedevo le loro donne, tutte con gonna sotto il ginocchio e fazzoletto in capo, attraversare a piedi di gran carriera il ponte fino a Delancey. Mi stupivano quegli scuolabus con scritte yiddish lungo la fiancata carichi di ragazzetti biondini in divisa, rasati sul cranio e con lunghi boccoli alle tempie.

Allora ho pedalato oltre il ponte di Williamsburg ed ai miei occhi si e’ rivelato un intero quartiere Jewish Chassidico. Ero fuori dal tempo. A New York City gli Ebrei sono 2 milioni, quasi quanto tutti gli abitanti di Gush Dan, la grande area metropolitana di Tel Aviv. Di questi quasi nessuno ha mai messo piede in Israele; ne’ loro ne’ i loro nonni, che giunsero sulle rive dell’Hudson dall’Europa Centrale nel secolo scorso. E non vi erano stati nemmeno quelli che alla fine del ‘700 fuggirono da Recife, Brasile, alla ricerca di liberta’ di culto per arrivare nel Lower East Side. Giudei polacchi, ucraini, magiari e russi col fardello di millenarie persecuzioni trovarono la terra promessa a Brooklyn.

Doveva essere un giorno speciale quella domenica. Un numero incredibile di passeggini e di bambini affollavano le vie. Giovani donne col fazzoletto in testa e lo sguardo basso mi lanciavano sfuggenti timide occhiate continuando a ciarlare tra loro. Padri con fulgide barbe biondastre e lunghi boccoli alle tempie uscivano affannati dalla sinagoga. Avevano tra le braccia maschietti urlanti ed appena circoncisi avvolti in coperte di lana a strisce bianche ed azzurre.

I rabbini anziani non mi guardavano di buon occhio cosi’ colorato in bici turchese e felpa blu. Nella la mia discesa in questo quartiere che si rivelava immenso con difficolta’ sono riuscito a scattare qualche foto. Mi sono sentito inopportuno. I commercianti di gioielli e cappelli facevano capolino dalle botteghe e come in un luogo comune si strofinavano le mani avide. Le insegne in yiddish sapevano di cabala ed il cibo in mostra era solo kosher. Credo che 100 anni fa qui deve essere stato tutto pressocche’ identico. E cosi’ fino a Myrtle Avenue, poi pian piano, questi signori in nero con fare solenne diventavano piu’ radi e comparivano di nuovo i volti latini e ragazze di colore e tacchi a spillo e wasp puritani in tuta da jogging ed emergo a Fort Greene. Ero tornato in negli States ma non avevo mai lasciato New York, nonostante il viaggio nel tempo non mi sarei potuto trovare altrove.

Poi ho accelerato la pedalata e sono schizzato sul Manhattan Bridge, avevo un appuntamento a Chinatown. Ma questa e’ un altra storia.

L'Autore

L'Autore

Carmine Savarese é nato nel 1977, in un inverno di piombo con il sole che splendeva su Napoli. E' stato un cowboy nella Toscana degli anni '80. E' uscito indenne dagli anni '90 ed ha viaggiato in circa 50 paesi, poi nel 2008 ha scelto New York. Carmine vive a Brooklyn, il lato migliore della mela e di noi stessi, e' un creative director, ha fondato Creativa, Tiplr, e molti progetti che stanno a mezza via tra il design ed i viaggi. Carmine va in bicicletta.