Io viaggio perché i luoghi ed i volti che incontro lungo il cammino mi possano finalmente appartenere.

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Io viaggio perché i luoghi ed i volti che incontro lungo il cammino mi possano finalmente appartenere. Nel senso letterale del termine; diventare parte di me, entrarmi dentro permettendo alla mente di mantenersi elastica ed all’anima di arricchirsi. Con questo spirito, che è quello di sempre, ho intrapreso questa nuova avventura via terra. Nell’immensa sala d’attesa della stazione moscovita di Yaroslavsky la cosa che più mi colpisce tra la moltitudine di umanità e di bagagli e di odori è una vecchina minuta dai capelli candidi coperti in parte da un fazzoletto bianco, ha lo sguardo fiero ed indossa una maglietta gialla con sul petto stampate in rosso le lettere cirilliche CCCP, siede quieta, gustando un cono gelato per ingannare l’attesa. Mi son chiesto chissà in quale sperduto angolo di Russia fosse diretta e chi la stesse aspettando, chissà per lei cosa ancora significasse quell’acronimo, che ai miei occhi pareva sciogliersi come quel gelato. Questa donna che, con ogni probabilità, sarà nata poco dopo la morte di Lenin e che magari si sarà sposata quando Stalin era ancora nel pieno vigore del suo potere, sembrava un nodo irrisolto della Storia su quella panca proiettata nel XXI secolo. Di lì ad un’ora Ollie ed io saremmo partiti per il nostro viaggio attraverso la grande madre Russia e di questi nodi irrisolti ne avrei scovati altri, emozionandomi ogni volta, come sempre avviene di fronte alla Storia.Dalla stazione di Yaroslavsky, a nordest della capitale, partono i treni per l’estremo oriente russo, per la Cina e per la Mongolia, lunghi convogli che viaggiano imperterriti per sei o sette giorni attraversando gli Urali e l’immensa taiga siberiana, fino all’antico lago di Baikal, dove il tragitto si biforca; un ramo procede ad Est fino a Vladivostok sul Pacifico a 9 ore di fuso orario con Mosca e l’altro converge a Sud attraversando la Repubblica di Buryatia, da dove ad un certo punto si varca il confine tra Russia e Mongolia per Ulaanbaatar  ed ancora più a sud, dopo il deserto di Gobi, si entra in Cina per terminare la corsa a Pechino. Lungo le migliaia di chilometri di ferrovia transiberiana, che i Russi hanno costruito ben oltre un secolo fa per tenere saldo l’impero, si sono sviluppate città che un tempo erano avamposti di frontiera ed oggi, come allora, vi corrono tutte le preziose materie prime di cui la Siberia è ricchissima.Abbiamo ritirato i biglietti per Pechino un paio di giorni fa all’agenzia ferroviara con sede in un ex-blocco sovietico ed alcune impiegate dall’inglese impeccabile ed il sorriso ammaliante, la nostra prima tappa transiberiana sarà Irkutsk, la città con maggior influenza e fascino nell’intera Siberia merdionale, a quattro giorni e quatto notti da Mosca. Il nostro è il treno No.2, il Rossiya, Moskva-Vladivostok che parte alle 13 e 50 in punto, carrozza 7, ci siamo concessi una cuccetta di prima classe, il cui lusso principale sta nell’essere per soli due passeggeri. Ogni vagone ha una sua attendente dedicata, la provodnitsa, che per tutto il viaggio si prenderà cura di noi, tenendo perfettamente puliti i compartimenti. Una vera e propria istituzione. La nostra si chiama Yelena ed è una signora sulla cinquantina, alta e bionda e con dei modi decisi, ma cortesi, una divisa bianca e blu sempre in ordine e tacchi di ordinanza, tra i vari compiti che le spettano, uno che svolge a meraviglia è quello di mantenere sempre ben calda l’acqua del samovar, il bollitore a vapore che è installato in ogni vagone e che fornisce costantemente l’acqua per il tè, i noodles e qualsiasi altra evenienza.Sulla banchina scovo molta emozione tra i viaggiatori internazionali ed in noi due, che zaino in spalla attendiamo con gran curiosità di salire a bordo del Rossiya, dopo aver mostrato passaporto, visto e biglietto alla provodnitsa. La maggior parte dei passeggeri occidentali sono mitteleuropei e non avevo dubbi in proposito, da che mondo è mondo questo genere di viaggi viene intrapreso più dalla solida gente del nord che da quella del Mediterraneo, tendenzialmente propensa a morbidi lidi. Verso i vagoni di seconda e terza classe si scorgono famiglie numerose di mongoli e cinesi con enormi bagagli avvolti in stoffe sdrucite, si vedono felliniani russi dell’est con cappelli da marinaio, accompagnati da donne più alte di loro, fumare lunghe sigarette dal filtro bianco.Poi il treno fischia, tutti a bordo. Si parte! Lentamente il convoglio si avvia fuori da Mosca, progressivamente attraversa i tre grandi anelli della città ed una grigia periferia fatti di blocchi, baracche e depositi ferroviari dove noto i primi treni cisterna gonfi di petrolio siberiano, ne vedremo a decine lungo tutto il viaggio, l’oligarchico oro nero russo, letteralmente a vagonate. Pian piano il paesaggio muta e si apre una campagna verdissima che si alterna a chilometri di bosco. Il treno si fermerà per la prima volta e solo per alcuni minuti a Vladimir nel tardo pomeriggio. A metá del corridoio è appeso un pannello con tutte le fermate del treno fino a Vladivostok, secondo l’ora di Mosca e tutti i tempi d’attesa per ogni stazione, queste informazioni hanno scandito i nostri tempi per quattro giorni.Il treno ti culla con il suo sferragliare costante e morbido e stimola un ottimo sonno. La cuccetta con i suoi due letti singoli, un comodo tavolino a dividerli, abbondante spazio per gli zaini ha soprattutto un’ampia finestra sul Mondo che scorre meraviglioso davanti i nostri occhi. La signora Yelena ci ha fornito lenzuola fresche di bucato e due tazze in vetro e metallo con su stampato il logo pomposo delle ferrovie russe con le quali abbiamo dato ritmo al tempo con tè nero ben caldo.Mentre, un amico a New York, il giorno prima di partire, mi aveva consigliato un buon libro di Terzani che non avevo ancora letto e che ho trovato, due giorni dopo, a Napoli; Buonanotte, Signor Lenin. Il percorso ed i racconti di Tiziano nel 1991, attraverso l’Unione Sovietica che si sfaldava. È stato un grande compagno di viaggio lungo i binari ed oltre.Il treno fa soste piu’ o meno brevi nelle stazioni della Russia, alcune anche di 30-40 minuti che permettono di scendere, esplorare i dintorni, acquistare cibo e bevande dalle venditrici ed osservare il via vai di umanità che scorre intorno al treno. Le fermate del primo mattino in Siberia sono quelle in cui è più facile incontrare le vecchiette che vendono i frutti di bosco ben succosi, raccolti nella taiga, per pochi rubli. Le soste sono un bel modo per scambiare quattro chiacchiere con gli altri viaggiatori e conoscere le loro impressioni e vedere se coincidono con le nostre. Abbiamo trascorso piacevoli momenti con Dominik e Joelle, che dalla Svizzera andavano verso la Corea del Nord e che avremmo salutato ad Irkutsk per ritrovare un paio di settimane dopo sul treno per Pechino.Il vagone ristorante ricorda quei carrozzoni circensi d’inizio novecento con certi drappi di velluto rosso alle finestre e dei tavoli in legno un po’ barocchi. L’uomo che gestisce la buvetta è un russo dallo sguardo triste con due grosse rughe sulla fronte. Prende le ordinazioni, serve vodka, birra e piatti senza amore a base di riso, carne e patate, la sera mette un po’ di musica malinconica con un vecchio pc e la notte scivola via lungo i binari, almeno fino alla prossima stazione con i sogni e le speranze di ogni viaggiatore.E così cento ore di treno ci scorrono via piacevolmente. Attraversiamo Yekaterinburg, capitale degli Urali ed il confine tra Europa ed Asia, ed una volta varcati quei monti, dove dal finestrino, lungo i fiumi, si scorgono famiglie di campeggiatori russi dai modi antichi, l’aria ha irrimediabilmente un altro profumo. Poi pianure e boschi infiniti e casette in legno ed orticelli di rape e cavoli-verza e poi Novosibirsk, metropoli della Siberia ed io che mi trovo per la prima volta in vita mia ad una distanza dal mare di molte migliaia di chilometri e questo é stato un po’ strano, la grande massa di terra tutto intorno é una sensazione nuova. Diversa dal deserto e dai monti, forse un po’ opprimente, ma non priva di fascino.Poi, ancora l’avvicendarsi del giorno e della notte fino alla stazione di Zîma, un luogo della mente ed una canzone di Vecchioni che si materializza vuota in un tardo pomeriggio di fine luglio, ad appena due ore dall’arrivo ad Irkutsk, la Parigi della Siberia. Ad Irkutsk, sul Lago di Baikal, a cinquemila e cento chilometri da Mosca, siamo scesi dal treno per un po’ e vi saremo risaliti solo dopo qualche giorno. Quella notte avremmo dormito in un comodo letto di hotel, ma l’assenza dello sferragliare del treno nei nostri sogni ci sarebbe mancato.

L'Autore

L'Autore

Carmine Savarese é nato nel 1977, in un inverno di piombo con il sole che splendeva su Napoli. E' stato un cowboy nella Toscana degli anni '80. E' uscito indenne dagli anni '90 ed ha viaggiato in circa 50 paesi, poi nel 2008 ha scelto New York. Carmine vive a Brooklyn, il lato migliore della mela e di noi stessi, e' un creative director, ha fondato Creativa, Tiplr, e molti progetti che stanno a mezza via tra il design ed i viaggi. Carmine va in bicicletta.