La Siberia

Share on facebook
Share on twitter
Share on whatsapp
Share on email

L’impatto con Irkutsk, una volta scesi dal treno, è piacevole. Ci si srotola dinanzi la Russia più autentica e nonostante il soprannome di Parigi della Siberia che Irkutsk si è guadagnato -se non altro per il fascino di alcune sue facciate e per un minimo di cosmopolitismo che s’incrocia tra Ulitsa Lenina e Ulitsa Karla Marxa- la città è ruspante come il taxi scassato che ci prende su alla stazione. Ad Irkutsk spendiamo una notte, vi troviamo una cena piacevole ed un letto comodo, ma la mattina dopo via di buon’ora verso le sponde del Baikal.

Il lago di Baikal, il più antico al mondo, con acque cristalline e profondissime, una fauna unica, lungo oltre seicento chilometri e largo meno di cento, è ad un ora di navigazione da Irkutsk alla foce del fiume Angara. D’inverno il lago gela e si crea una coltre di ghiaccio spessa parecchi metri che con -30 gradi celsius viene attraversato dai camion diretti sulla sponda opposta verso Ulan Ude e la Buryatia. In passato i treni transiberiani venivano caricati vagone per vagone su slitte o battelli e rientravano sui binari dopo la traversata, poi è nata la ferrovia che costeggia il lago.

Ollie ed io siamo arrivati a Listvyanka di buon mattino, un terribile villaggio sulla riva del lago, che negli ultimi anni è diventato la metà preferita del turismo di massa siberiano. Il bellissimo lago ci si è mostrato deturpato da alcuni palazzacci a sette-otto piani costruiti sulla riva ed a contribuire a rovinare l’atmosfera c’era della musica pop russa sparata a tutto volume da alcune bancarelle che vendono matrioske ed omul affumicato, un gustoso pesce, tipo salmone, che vive solo nel lago di Baikal. Ma il massimo del kitsch sono erano certi rumorosissimi motoscafi con grossi motori fuoribordo, rossi e gialli con falci e martello dipinte su per la gioia di chiassosi turisti locali.

Non sarebbe valsa la pena di fermarsi a Listvyanka nemmeno per una notte, se non fosse stato per il semplice fatto che non vi erano più battelli per spostarsi lungo il lago fino al giorno successivo e così siamo finiti in un ostello siberiano con pochi comfort e molta polvere. La mattina dopo, zaino in spalla, ci siamo diretti verso un piccolo imbarcadero a pochi chilometri dal paese. Il paesaggio è carico di nebbia, ma l’aria è buona.

Svetlana non ha ancora compiuto cinquant’anni, ma è già la nonna di Olga che ha una chioma biondissima, mille lentiggini e di anni ne ha otto. Siedono composte sulla panca lungo la fiancata del battello in attesa che questo molli gli ormeggi e parta. Ollie è seduta accanto a loro, la bambina ha appena iniziato a studiare inglese a scuola e la nonna vuole che faccia pratica, allora attacca bottone con Olivia e come sempre accade agli uomini per il mondo, trovano un modo di comunicare. Olga e Svetlana vanno a Port Baikal a visitare alcuni parenti e sono molto emozionate per questa gita attesa a lungo, con loro, dall’altro lato del traghetto viaggiano i genitori della piccola. Il padre con il naso un po’ troppo rosso per quell’ora del mattino ci fa un allegro cenno di saluto, la madre è più timida. Nel frattempo il ponte della chiatta continua riempirsi di passeggeri e di qualche vecchia auto, molti sono contadini ed operai di etnia russa o buryata.

Un pope ortodosso dalla lunga barba bianca, vestito con una tunica nera ed accompagnato da una donnina minuta, anch’essa in abito scuro e con una pezza a fasciare il capo, tiene stretti insieme tra le mani un rosario ed un vecchio cellulare. I due, dall’aria stanca, danno l’idea di essere sulla via del ritorno da un viaggio lungo, li seguo a lungo con lo sguardo perché hanno un sapore antico che mi affascina, poi mi distraggo quando vedo sulla banchina un uomo, le cui rughe tradiscono gli anni, che si affanna a raggiungere l’imbarcazione in partenza, con una borsa sportiva a tracolla ed una giacca troppo stretta. Sale a bordo, il marinaio molla l’ultima cima, il battello si sgancia e si fa largo tra la nebbia del mattino sul lago piatto.

La traversata della foce dell’Angara dura un quarto d’ora, forse venti minuti, non appena la nebbia inizia a diradarsi si scorge sull’altro lato della riva un tetro cimitero di vecchi battelli sovietici ancorati l’uno di fianco all’altro con le fiancate piene di ruggine e la falce e martello ancora ben visibile sul fumaiolo di ognuna di esse. Dietro si rivela l’imbarcadero di Port Baikal, un altro mondo…

L'Autore

L'Autore

Carmine Savarese é nato nel 1977, in un inverno di piombo con il sole che splendeva su Napoli. E' stato un cowboy nella Toscana degli anni '80. E' uscito indenne dagli anni '90 ed ha viaggiato in circa 50 paesi, poi nel 2008 ha scelto New York. Carmine vive a Brooklyn, il lato migliore della mela e di noi stessi, e' un creative director, ha fondato Creativa, Tiplr, e molti progetti che stanno a mezza via tra il design ed i viaggi. Carmine va in bicicletta.