Un morso, o meglio due, alla Grande Mela

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Pezzo scritto per la rivista “La Cucina Italiana”

Olivia ed io quando ci siamo conosciuti a New York City, nel tardo autunno di qualche anno fa, non immaginavamo di avere cosi tanti sapori in comune e che ci saremmo ritrovati col tempo a coltivare, con la stessa passione, il nostro amore e la nostra scelta di vita in una bellissima brownstone nel cuore vittoriano di Brooklyn. Il nostro primo incontro non fu del tutto casuale ed il cibo, in un certo modo, fu galeotto. Ci conoscemmo nella redazione newyorchese della storica rivista La Cucina Italiana, dove Olivia faceva uno stage, da quando appena due mesi prima, con una laurea umanistica in tasca, aveva mollato le colline del Chianti e la sua morbida Firenze per venire a mordere la Mela; come si diceva un tempo. Anch’io le volevo dare un bel morso succoso a questa mela grande, così me ne venni a New York alla ricerca di quegli stimoli creativi che sono il piú grande nutrimento della mia professione di designer, mettendo un oceano in mezzo tra me, le mie dolci radici napoletane  e la piu’ selvaggia Maremma toscana, base della mia famiglia, ormai, da decenni. Quella mattina di novembre finii per entrare nel grattacielo de La Cucina per via di un altro aspetto della mia vita che mi vede legato per motivi di sangue e professionali alla Strega Alberti, l’azienda produttrice del noto Liquore. Avrei dovuto curare un evento di food organizzato dal magazine, dove Strega era uno degli sponsor. Olivia era lá, scoccò la scintilla e ci ritrovammo ben presto a vivere New York nella sua chiave piú tenera tra lunghe passeggiate mano nella mano sotto la prima neve e cene romantiche nel tripudio di tutti i gusti del mondo, che solo questa fantastica città sa offrire. La primissima volta che invitai Olivia a cena fuori volevo mostrarle Brooklyn, quella che per me sin dall’inizio era stata la vera perla, non certo nascosta, ma sicuramente molto autentica, di tutta l’immensità di New York City. Brooklyn ha un’estensione pari ad una volta e mezzo Roma ed é stata una città indipendente fino al 1898, la quarta degli Stati Uniti per dimensione, con i suoi oltre 30 quartieri, un forte carattere ed il piú alto numero di lingue parlate del pianeta. Fu qui che abitai nel mio primo periodo nuyorchese, a Park Slope prima ed a Cobble Hill poi. Era il mese in cui Obama divenne il primo presidente afroamericano della Storia ed io il primo sguardo su New York lo gettai proprio da questa sponda dell’East River. Olivia, all’inizio, stava a Long Island in una cittadina sulla baia ad un ora di treno da Penn Station, si appoggiava a casa di amici, veniva in citta’ per lavoro e quando vi si fermava a cena era un vero e proprio evento. Io, da poche settimane, avevo scoperto Williamsburg, il quartiere di Brooklyn ad un tiro di schioppo, o meglio  ad una fermata di subway da Manhattan, che fino ai primi anni duemila era solo una zona industriale border line lungo il fiume ed oggi é la nuova SoHo. Quell’autunno Williamsburg non era ancora ne’ carne ne’ pesce e portai Ollie in una brasserie giapponese intima ed accogliente sulla North 6th Street, che si chiama Zenkichi ed ha una porta d’ingresso fatta con semplici assi di legno, un’insegna grande quanto un biglietto da visita ed i tavoli sono nascosti dietro cortine di bamboo. Il cameriere arriva quando lo chiami con un campanello, tira su la tendina ed offre un ottimo menù stagionale. Da quel giorno é una delle nostre mete favorite quando siamo in vena di romanticismo. La scelta gastronomica di Williamsburg con gli anni è cresciuta tantissimo, io, personalmente, adoro andare da Peter’s su Bedford Avenue, magari prima di un concerto nei localini della via. Peter’s è molto alla mano, ha una cucina a vista, americana, dove si preparano stufati di carne, pollo arrosto, ed altre pietanze forti che si possono affiancare a due contorni da scegliere sulla grande lavagna dietro al banco, il cibo viene servito sul piatto direttamente dai pentoloni che si mantengono caldi sui fornelli e ti viene consegnato alla cassa con un bicchiere di vino o della birra locale -il birrificio dell’ottima Brooklyn Beer è proprio dietro l’angolo- e ti vai a scegliere il tuo tavolo. Il polpettone con patate dolci e fagiolini di Peter’s è ottimo. Olivia, dal canto suo, ama andare al Café Colette, un posticino su Berry e North 9th Street, dove si assapora un’atmosfera un po’ francese con qualche goccia di ketchup e dove al brunch del sabato mattina c’é spesso una fila di 40 minuti fatta di modelline hipsters, coppie gay e giovani professionisti. Da non perdersi i Lemon Ricotta Pancakes. Avvicinandosi verso il fiume, appena un anno fa, ha aperto il Whyte Hotel che è stato ricavato da un gigantesco warehouse in mattoni rossi. Ne è nato un bellissimo albergo di design, che ha mantenuto inalterata la struttura della vecchia fabbrica guadagnando linee minimal ed una atmosfera cool autentica. Al ristorante del Whyte, il Reynard, c’e un importante bancone bar, si mangia bene con prezzi equilibrati ed a nostro avviso l’hamburger é particolarmente juicy. Sul rooftop dell’hotel c’è uno scenografico bar terrazza che regala una vista unica su Manhattan, cosa piuttosto rara per questo lato dell’East River, dove gli edifici sono di solito non più di tre o quattro piani. Williamsburg è la punta dell’iceberg di quello che la Brooklyn del gusto puo’ offrire. Olivia ed io, man mano che il tempo passava davamo forma al sogno e facevamo piccoli grandi passi che modellavano la nostra scelta di vita. Dopo quel primo romanticissimo autunno, iniziammo, entrambi, a fare sul serio sia fra di noi che con New York. Rientrati da una pausa in Italia iniziammo a vivere a Manhattan per un periodo lungo, quasi tre anni, sognando la nostra Brooklyn ed immergendoci in una dimensione che New York ti offre solo dopo un po’ che la conosci. La nostra relazione con il gusto s’intensificava; Olivia lavorava a La Cucina Italiana ormai a tempo pieno ed io mi ritrovavo a fare design per clienti che mi cercavano per promuovere eccellenze alimentari italiane. Questo ha permesso ad entrambi di poter scoprire in dettaglio la religione del mangiare italiano a New York, che rispetto al resto del mondo ha un livello qualitativo secondo solo alla stessa Italia e probabilmente per la eco che questa vera e propria way of life genera, New York é in assoluto al primo posto sul pianeta. Noi abbiamo avuto occasione di mangiare nei migliori ristoranti italiani della cittá, alcuni sono esageratamente sopravvalutati, altri meritano e sono realmente di qualità. Mercato, ad esempio, è il nostro preferito; si tratta di un locale che offre cucina pugliese e sta a Midtown, sulla trentanovesima strada tra i teatri di Broadway. Da Mercato fanno una tiella cozze e patate che manco a Bari ed hanno un’ottima selezione di vini. Comunque, il fenomeno piu’ interessante degli ultimi anni legato all’universo gastronomico italiano è, senza ombra di dubbio, Eataly il mega negozio delle eccellenze alimentari che ha aperto sulla Quinta strada nel duemiladieci e tra prodotti di alta qualità, eventi con grandi nomi del food -Mario Batali è uno dei partners- ed una scuola di cucina ben organizzata è stato, da subito, un grande successo al punto di cambiare il modo di fare la spesa dei manhattanites. Lo sguardo mio e di Olivia, però, è sempre stato rivolto verso Brooklyn e dopo questo primo intenso periodo tra i grattacieli della Grande Mela trovammo, finalmente, la nostra brownstone dei sogni in un quartiere da favola e successe tutto un po’ per caso e per magia, come le belle cose che ci accadono a New York. Eravamo intorno Halloween, quel periodo dell’anno che sa un po’ di zucca e cannella, con le foglie rosse e gialle e viola ed arancioni che cadono e la domenica mattina si fanno lunghe gite in bici ed io volevo mostrare ad Olivia un’altra scoperta delle mie epiche escursioni tra i cinque boroughs: Clinton Hill con i suoi viali alberati immersi tra bellissime brownstones della fine dell’Ottocento, le eleganti case a tre piani in mattoni rossi. Clinton Hill é uno dei quartieri vittoriani di Brooklyn, Walt Withman fu uno dei grandi promotori di quest’area, il Pratt Institute, tra le più importanti scuole di design al mondo, vi ha sede da un secolo e mezzo e la gentrificazione lo ha reso un’area multietnica, altamente vivibile, a 15 minuti di subway da Manhattan. Quella mattina di fine Ottobre vi arrivammo dopo una lunga pedalata e la splendida traversata dell’East River in ferry e fummo subito conquistati dal ritmo quieto e piacevole che si assapora da queste parti. Vagammo un po’ per il quartiere e d’improvviso rimanemmo estasiati di fronte all’insegna vintage di un drugstore con almeno cento anni. Scoprimmo, poi, che circa una decina di anni prima era stato trasformato, con gusto sapiente in un ristorante dai sapori toscani, seppur mantenendo inalterata l’atmosfera accogliente della vecchia farmacia americana. Il locale si chiama Locanda Vini ed Olii, la Pappa al Pomodoro è squisita e la gente arriva ad assaggiarla da tutta la città. Olivia ed io finimmo per darci un lungo bacio davanti a quell’incrocio, sognando di venire a vivere un giorno in una di queste belle casette con un locale del genere sotto casa. Ebbene, la sera stessa, nel nostro appartamento di cristallo al ventitreismo piano del grattacielo di Manhattan ci mettemmo a cercare online tra gli annunci di affitti e ad uno che ci colpì particolarmente chiedemmo più informazioni. L’appartamento risultò essere nello stesso isolato del ristorante toscano, la mattina dopo corsi a vedere l’appartamento, appena restaurato, al terzo piano della nostra brownstone dei sogni. Chiamai subito Olivia al lavoro, mi raggiunse e c’è ne innamorammo assieme; da allora per noi Clinton Hill è diventata casa ed il luogo dove abbiamo coronato il nostro amore, sposandoci l’autunno successivo, con lo stesso profumo di zucca e cannella nell’aria e la gente di Brooklyn che si congratulava lungo il percorso verso casa e noi felici come pazzi con una dozzina di palloncini perlati ancorati alla mano. Oggi è ancora un piacere andare a scoprire le delizie culinarie di tutto il pianeta in giro per i ristoranti di New York o, più semplicemente, entrare in un diner classico con gli arredi anni ’50 e lasciarsi coccolare dall’esperienza culinaria americana più autentica e dalle cameriere che, molto spesso, sono signore di un’altra epoca con i capelli cotonati che non smettono mai di riempirti la tazza di caffè nero bollente. I diners corrispondono un po’ alle nostre trattorie, vi si consuma un pasto abbondante ed informale a qualsiasi ora del giorno ed a prezzi contenuti. Olivia ed io abbiamo una speciale classifica dei diners newyorchesi che preferiamo e che tiene conto sia della qualità del food che dell’ambiente, ecco i primi tre: il migliore in assoluto è il Kellog’s a East Williamsburg che ha un’atmosfera ineguagliabile e si trova appena fuori dalla fermata di Lorimer St. lungo la linea L del subway. Poi c’è Junior’s, a Downtown Brooklyn, lungo Flatbush Avenue, noto e premiatissimo per la miglior Cheesecake di New York da decenni ed infine, a Manhattan, l’Hollywood Diner che sta sulla Sesta Avenue all’altezza della Sedicesima strada. Ma quello che amiamo di gran lunga è andare a fare la spesa di cose buone in alcuni posticini di Brooklyn che secondo noi sono perle nascoste. Ci sono dei sabato in cui Ollie ed io facciamo un po’ un gioco, usciamo di casa e prendiamo due direzioni diverse, dandoci appuntamento dopo qualche ora a casa; ognuno tornerà con il proprio bottino di leccornie da cucinare assieme con giusto equilibrio. Prospect Park è uno spazio verde di decine di ettari, che vede l’alternarsi di vaste aree boscose e prati morbidissimi dove durante la bella stagione, per la gioia dei Brooklynites di ogni etá si fanno succulenti picnic e si gode dell’aria aperta. Tutti i sabato, all’ingresso del parco, si tiene un Farmer Market, dove si vendono ottimi alimenti bio delle fattorie di upstate New York. Olivia, con una bella passeggiata, viene qua a comprare gli autentici prodotti che questa terra offre, gli stessi prodotti di cui si sono cibati i nativi americani per secoli: il mais, la zucca, la patata dolce, le mille varietà di mele, i pomodori più succulenti, ma vi si trovano anche carne, pesce, pane e tanto altro e si respira sempre una piacevole, sana, atmosfera. Io, invece, mentre Olivia s’immerge nell’America alternativa dell’organic food, inforco la mia Bianchi e pedalo per le vie di Brooklyn verso East Williamsburg, ad una quindicina di minuti da casa, dove fin dalla metà del Novecento c’è una comunità italiana, tutt’oggi molto viva nonostante l’incalzare della Williamsburg glamour ed hipster che dista appena qualche isolato. Qui ci sono alcuni buoni negozi alimentari e la maggior parte delle persone sono emigrate da Nola, in provincia di Napoli ed io vengo quassù quando voglio ritrovare quei modi, quei colori e quei gusti della mia terra che conservo nel cuore fin dalla primissima infanzia. Mario gestisce da cinquant’anni una piccola bottega di macelleria ed alimentari su Metropolitan Avenue , è un uomo come non se ne trovano più ed ha di tutto, dai prodotti solitamente introvabili, importati dall’Italia, come l’acqua minerale o un certo tipo di caffè ad una selezione di carni, salumi, caciocavallo, ricotta, mozzarella ed altri latticini prodotti localmente in Connecticut ed in New Jersey dagli italiani d’America che negli anni facendo tesoro dell’immenso bagaglio alimentare di tradizione contadina di certe regioni del Sud hanno saputo ricreare sapientemente dei sapori che in Italia, alle volte, risulta difficile trovare a nord di Roma. Ogni volta che vengo via ho sempre la bici stracarica di bontà e la piacevole sensazione di essermi connesso con le mie radici più profonde, attraverso il varco spazio temporale che è la bottega di Mario. A casa mi aspetta Olivia con il suo bottino bio, io svuoto lo zaino ed adagio le leccornie sul tavolo; prodotti e gusti e sapori e colori e profumi di due mondi si mescolano così come io e lei ci siamo mescolati a questa incredibile città che a sua volta è il frutto del mescolarsi perpetuo di tutti gli uomini della Terra.

L'Autore

L'Autore

Carmine Savarese é nato nel 1977, in un inverno di piombo con il sole che splendeva su Napoli. E' stato un cowboy nella Toscana degli anni '80. E' uscito indenne dagli anni '90 ed ha viaggiato in circa 50 paesi, poi nel 2008 ha scelto New York. Carmine vive a Brooklyn, il lato migliore della mela e di noi stessi, e' un creative director, ha fondato Creativa, Tiplr, e molti progetti che stanno a mezza via tra il design ed i viaggi. Carmine va in bicicletta.